L’uomo, l’orso e il….. Siviglia “El Hombre y el Oso”

L’uomo, l’orso e il….. Siviglia “El Hombre y el Oso”

I locali di Siviglia riservati alla popolazione Bear Gay, e a relativi ammiratori, sono in tutto tre.

Il primo che Freebear è andato a visitare per i suoi lettori (non c’è mai uno scopo personale : - P ) è il più “antico”, aperto ormai da ben nove anni.

Il locale in questione si chiama “El Hombre y el Oso”, situato in calle Amore de Dios, in prossimità della appena rinnovata Alameda (viale ndr) de Ercules .

Il bar, come spesso accade per i locali Bear, è bello “nquattato”. Mai si direbbe infatti, passandoci davanti di giorno, che quel palazzo diroccato possa contenere un luogo capace di ospitare una qualsivoglia specie di essere vivente (ratones esclusi naturalmente).

Invece no! Verso le 22,30 il palazzo prende vita! Un orso alza la cler e, come per magia, compare un portoncino nero con relativo spioncino.

Si suona il campanello ed eccoci entrare… in un antro!

L’antro…

 

Buio, cupo, piccolo tuuutto nero e impolverato.

Se fosse possibile fare un paragone, potremmo associarlo alla tana di un orso. Ma questo non è possibile, poiché la tana sarebbe prima di tutto più grande e poi sicuramente più pulita.

Il locale si dipana in due dimensioni, lunghezza e altezza. La terza (la larghezza) sembra essersi persa tra i granelli di polvere.

Un bancone troppo grosso occupa tre quarti della lunga stanza, un quarto è occupato dal sottoscala/bagno, mentre lo spazio che rimane (??) è riempito da quattro avventori e dalla bicicletta di uno dei ragazzi che lavora al bar.

Menzione speciale al bagno/sottoscala: la fantasia architettonica dei “Designer spagnoli” si è manifestata in un’opera funzionalista dove anche Le Courbusier si sarebbe fermato; ovvero “Piscia e chiacchiera con l’avventore al banco”.

Infatti una piccola porta, modello saloon, divide il minuscolo bagno (munito di “sorprendente” illuminazione moccoloide) dal posto-sedia di fronte al bancone. Quindi, se non stai attento, prima pigli dentro l’avventore al bancone con la porta, poi sbatti la testa nel gradino della scala, e se non apri bene gli occhi ti pisci sui piedi e su quelli del malaugurato precedentemente citato (sarà un modo per fare amicizia?).

Ovviamente la scala da qualche parte porta… e noi “Zacchete“ ci siamo fiondati… sulla ripida e stretta scaletta.
Giunti al primo piano del “Palace” troviamo un altro cesso (ho visto ritirate in case occupate che sembravano arredate da Krizia in confronto).

Superato l’angolo biologico, si accede nel salone da gioco: una stanza con le solite cabine dove tutto è nero; un video che elargisce immagini di ricette culinarie della Clerici di turno alle prese con i soliti salami, cetrioli e resti non ben definiti di serate festaiole.

Ancora un giro della morte sulle scale e si giunge al terzo livello di questo videogioco in prima persona, dove la texture è formata da triangolini neri, l’illuminazione da piccole punte di luce e insegne “salida”, dove lo scopo non è liberare Phobos dai mostri, ma sopravvivere alle insidie dei vari livelli: cavi volanti, scalini rotolanti, tubi d’acciaio sporgenti, angoli assassini, e quant’altro possa rendere la 626 un oggetto del desiderio.

Sopravvissuti ai tre livelli, ci sediamo al bancone (lontano dal bagno… non si sa mai!).

Il titolare è molto cordiale, così come il resto dei dipendenti.

Ordinata una cerveza, che costa di rigore quattro euro, scambiamo quattro chiacchere, e ammiriamo la collezione di oggetti sparsi ovunque. Oltre al Fil Rouge degli oggetti, che ovviamente è l’orso nelle sue varie manifestazioni ed interpretazioni, c’è un altro leitmotiv che lega tutto il locale: uno strato di polvere/catrame di sigaretta che, come un velo, copre ogni cosa, dal pupazzetto al condizionatore, dalla porta ai poster.

Per riassumere: il locale va visitato come un museo, meglio se dopo un’antitetanica. I gestori sono veramente simpatici e cordiali tanto da farti tornare.

L’ultima nota è un breve stralcio di conversazione tra Pizzicaluna e Gattosalsiccia seduti al bancone:
E’ mezzanotte e mezza.
Gattosalsiccia un po’ annoiato: “Senti Pizzy… che famo?”
Pizzicaluna distratto: “Mah… aspettiamo ancora un pochino, qui la gente esce tardi!”
G.: “…senti …secondo me non è serata, non c’è nessuno… e ‘sto posto non è che mi piaccia molto…”
P: “Effettivamente …..”
Pausa, silenzio!….
Gelo!!!…..
Gattosalsiccia si blocca!
Immobile, come ibernato! Nei suoi occhi si legge chiaramente l’orrore! Il Terrore! Pochi istanti e anche il volto si trasforma in una smorfia di panico celata da una finta maschera di normalità.
P., preoccupato: “Che c’è???”
G. con un fil di voce: “…. M… u… una… una cosa calda…. pelosa…. vellutata… con le zampe… ha appena usato i miei piedi come passatoia per il bagno!”

Tempo zero eravamo per strada!

Da visitare con cautela!

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