Cronaca di un viaggio in treno

Cronaca di un viaggio in treno

Piccola digressione sulle Ferrovie Italiane, meglio conosciute con il nome di “Ferrovie dello Stato”. Premetto innanzitutto che sono figlio di ferroviere e ho trascorso la mia infanzia sui treni, mezzo di trasporto che amo in particolar modo.

Ebbene che c’entra tutto questo con Bear, Chaser, Chubby, Cub et similia? Nulla, eccezion fatta per il corpulento ragazzone sedutomi di fronte in questo preciso istante e per lo scopo ultimo del viaggio da me intrapreso in questo venerdì pomeriggio di fine gennaio, vale a dire andare a trovare il mio ex fidanzato: un Orsetto che risiede nelle Marche.

Da buon “Figlio di FS” quale sono, ho deciso di concedermi non solo il lusso della prima classe in Eurostar, ma addirittura lo scompartimento denominato “Salottini Business”, composto da quattro comode poltrone isolate dal resto della vettura, tavolino personale, ripiano infra-sedili, prese di corrente per computer portatili. Il tutto mi è costato sessantacinque euro e dieci centesimi, corrispondenti a centoventimila lire abbondanti.

Mi presento in Stazione Centrale a Milano con largo anticipo rispetto alla partenza e subito rimpiango gli scali ferroviari di Monaco di Baviera, di Parigi, di Amsterdam e di altre città europee sulle quali non mi dilungo. Nei dintorni della stazione c’è da aver paura anche in pieno giorno, vige il parcheggio selvaggio ed è tutto così fatiscente!

Salito sul treno, mi dirigo verso quello che mi era stato passato per il meglio, “la crème” di Trenitalia, il mio lussuoso salottino di prima classe. Accedo allo scompartimento e mi guardo attorno; la scena che si presenta ai miei occhi è quella di un arredamento vecchio, caduto in disgrazia, composto da quattro poltrone di pelle consunta, tavolini vacillanti e rovinati, tendine parasole elettriche rotte, copri poggiatesta sporchi. Il vetro del finestrino è stato palesemente mal lavato: sulla sua superficie noto infatti sgommate di vernice, residui di scritte murali gentilmente offerte dai nostri “Writer” Milanesi. Esco in corridoio e butto l’occhio nell’adiacente scompartimento: situazione identica. Allibisco, sospiro, mi rassegno, entro in via definitiva nel mio cazzo di salottino di merda.

Lo zainetto (minimalista, contenente il cambio per due giorni) ci sta a mala pena nel porta bagagli superiore, mentre nel vano tra i due sedili vi è lo spazio sufficiente ad accogliere ben due borse per PC portatili e un cheewingum masticato che prontamente si appiccica alla borsa del sottoscritto. Volano madonne e imprecazioni assortite, si insultano cherubini, serafini e tutti gli inquilini dei piani alti. Una delle quattro luci di cortesia sovrastanti i sedili non funziona, mentre i supporti delle poltrone sono ricoperti da lamiere metalliche mezze staccate. C’è odore di chiuso, aria pesante e cattiva che subito mi provoca un cerchio alla testa.

Il convoglio parte in orario. Cominciano i primi annunci di benvenuto, di servizio ristorante e di altre inutili stronzate, sgraziati e con volume troppo elevato, tanto da farti sobbalzare ogni volta. Il controllore apre la porta e chiede i biglietti: non un sorriso, non un “Per favore”, non un “Grazie, buonasera!”

Mi reco in toilette: la ciliegina sulla torta! Esiste solo una parola per descrivere la ritirata dell’ETR 500 su cui ho viaggiato: CESSO. Immaginate dunque un cesso e mettetelo su un cesso di treno: otterrete un cesso di cesso. Riavviate il sistema. Prendete un buon antidolorifico per il mal di testa, il vostro farmacista saprà consigliarvi tra i fondi del suo magazzino. Rilassatevi. Godetevi la splendida suoneria latino-americana a tutto volume del vicino di sedile. Infilate la testa del vicino (che latra al cellulare con il suo interlocutore) nel cesso di cesso del cesso di treno. Sobbalzate piacevolmente per lo stridio metallico provocato dall’apertura del cestino porta rifiuti, scambiate due chiacchiere sulla fecondazione assistita con la signora che vi sta accanto e legge una rivista che tratta di dolore e salvezza.

Tutta questa situazione idilliaca viene coronata da un simpatico inconveniente tecnico insorto in prossimità della stazione di Lodi che ci costringe a rimanere fermi per venti minuti circa. Intanto un signore sulla quarantina, in evidente crisi d’astinenza elettronica, bussa alla porta e ci chiede: “Anche da voi manca la corrente elettrica?”.

Credevo che peggio di Air Caraibes ci fosse soltanto la metropolitana di Roma, ma a quanto pare è vero il detto che recita: “Al peggio non v’è mai fine”.

Gattosalsiccia (stremato dal viaggio, giunto a destinazione con soli tredici minuti di ritardo, le scuse filodiffuse di Trenitalia e un mal di testa feroce)

yggtorrentz telecharger | click | torrent search